The show must go on. Quante volte abbiamo sentito queste parole, a volte usate per occupare un tempo morto dopo un imprevisto, a volte per sbrogliarsi dall’imbarazzo di dover proseguire con una diretta in un momento inopportuno. Lo spettacolo va avanti, deve, ma lascia spesso dietro di sé uno strascico di delusioni, di ferite, di telefonate che non arrivano mai. Lo sanno bene gli artisti dell’industria dei talent, che propone al pubblico decine di voci e volti diversi ogni anno, chiamati talvolta a sostituire banalmente quelli della stagione precedente. Niente di nuovo, la macchina si è smascherata da sé già dai primi esperimenti. Rimane chi resiste, resiste chi rimane e cerca di vendersi al meglio, coordinando logiche di mercato e la propria genuinità.

Capita che un talent lo vinci pure, sei amato e apprezzato dal pubblico e dagli artisti che fino a poche settimane prima ascoltavi con le cuffie in autobus. Ma sei piccolo, sprovveduto, ingenuo e i riflettori si spengono di colpo. È quello che accade a Michele Bravi, campione della settima edizione di X Factor ad appena 19 anni. La vita e la felicità, l’inedito che lo lancia dalle radio, scritto da Tiziano Ferro e Zibba, dal titolo crudelmente profetico. Un anno e il declino, fino a quello che credi il punto di arresto del ciclo di vita. Un’obsolescenza programmata per i vent’anni, “Michele, non piangere, accetta che sei morto, che sei finito” gli comunica lo staff. Alla richiesta formale che segna la scomparsa artistica, lo sbarco sui social. YouTube lo riconsegna al pubblico. Si riscopre narratore, inventore, creativo videomaker ed amplia il fandom.

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